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Tiago Forte a proposito di produttività, provocazione e stratificazione della conoscenza

Tiago Forte a proposito di produttività, provocazione e stratificazione della conoscenza

Postato da Forrest Dylan Bryant il 30 Giugno 2017

Postato da Forrest Dylan Bryant il 30 Giugno 2017

Forse conosci il nome di Tiago dai suoi post sul blog di Evernote, in cui ha sostenuto un approccio basato sul cervello ai flussi di lavoro creativi e il cambiamento della curva di produttività delle nostre giornate lavorative. Più di recente, ha lanciato “Building a Second Brain” (Costruire un secondo cervello), un campo di addestramento alla produttività per la gestione della conoscenza personale.

Recentemente abbiamo passato un pomeriggio con Tiago per parlare del caos negli spazi di lavoro moderni, le virtù della produttività a piccoli passi rispetto al deep work e il sistema che Tiago ha pensato per organizzare il suo lavoro in Evernote. I tratti salienti della nostra conversazione sono trascritti di seguito.


Parliamo della forza lavoro moderna. Tutti viviamo in questo paradosso gigante. Abbiamo accesso a un’infinità di informazioni e abbiamo modi di lavorare molto più flessibili di prima, ma allo stesso tempo abbiamo tantissime sollecitazioni. Le nostre giornate sono frammentate. Noi siamo frustrati. Siamo allo stremo. E, per aggiungere paradosso a paradosso, abbiamo una serie apparentemente infinita di soluzioni che ci vengono presentate, prescrizioni e metodi di produttività. Qual è la tua soluzione a questo problema?

È proprio così. Intendo dire: a una grande libertà si accompagna una grande responsabilità, giusto? È come quando uscivamo da scuola sbarazzandoci delle nostre cartelle. “Siamo liberi, possiamo lavorare in qualunque momento, ovunque e su ogni dispositivo”. Poi però iniziano le vacanze e ci rendiamo conto di essere un po’ annoiati, frustrati o stressati perché tutta la struttura che c’è sul posto di lavoro è scomparsa.

Ho una specie di teoria a proposito. Lo chiamo l’ascesa del freelance generalista. I freelance esistono da tempo e quasi per definizione dovevano essere specialisti. Specialisti molto focalizzati su una nicchia, perché questo era l’unico modo per avere competenze che potevano essere facilmente monetizzate senza aver bisogno di una grande organizzazione. E il sistema aveva una propria struttura. Ti svegliavi la mattina e sapevi che avresti fatto lavoro di copywriting, di codifica o progettazione. Era piuttosto semplice.

Ora, credo che la tecnologia stia raggiungendo un punto di flesso in cui è abbastanza facile da usare, abbastanza economica, abbastanza immediata, abbastanza semplice, tanto che si può diventare generalisti (e io mi considero tale) e guadagnarsi da vivere usando questi strumenti.

Ci sono soluzioni chi trovi controproducenti?

Sì. In particolare la tendenza al deep work. Sono contrario. Sai, capisco. La gente si sente stressata, persa in mille cose e così via. Ma credo proprio che questa idea di essere una sorta di lavoratore della conoscenza monastico, che entra nella sua stanza e pensa concentrato per ore e ore, sia un retaggio della mentalità specialista freelance. Seguendo l’idea del carattere generalista del freelance, per farlo in modo efficace serve un ventaglio di attività. Non si può avere solo una capacità mirata.

SERVE UN VENTAGLIO DI ATTIVITÀ. NON SI PUÒ AVERE SOLO UNA CAPACITÀ MIRATA.

Questo è un po’ come la penso adesso. Ho prodotti gratuiti, come il mio blog che scrivo gratuitamente per una generazione di potenziali clienti. Ma poi ho altre cose a pagamento, come i corsi online. Accanto a questi ho anche la consulenza e la formazione aziendale per le aziende, ma anche le consulenze individuali. Quindi è come gestire costantemente un ventaglio di prodotti e servizi. Alcuni sono passivi, alcuni sono attivi.

Ciò che questo richiede non è un’intensa focalizzazione monotematica ma capacità e fluidità per passare da una cosa all’altra. Il multitasking non sta scomparendo. Non è una malattia o una piaga. è solo la strada che ha preso il mondo. Possiamo combatterla e trattarlo come una minaccia o possiamo migliorarlo.

Non molto tempo fa hai scritto un post per il blog di Evernote, dove hai toccato alcuni di questi argomenti. Sostenevi che, siccome i nostri giorni sono costantemente pieni di interruzioni che rendono più difficile dare valore al nostro lavoro, forse, invece di cercare di cambiare l’andamento delle nostre giornate, dovremmo cercare di modificare l’andamento delle nostre curve di valore e dare più valore in porzioni più piccole nel corso della giornata.

Quel post deriva da molte ricerche che avevo svolto sulla storia della produttività, in particolare della fabbricazione. Ed è incredibile essere qui nella Silicon Valley, dove abbiamo questo fascino mozzafiato per la tecnologia e il futuro, che è fantastico, ma ha come effetto collaterale il fatto che ignoriamo la storia.

Nella storia della produzione manifatturiera una delle scoperte veramente grandi, che ha richiesto decenni e decenni, è quella dei piccoli lotti, vero? È stata una delle novità fondamentali per migliorare la qualità, per accelerare, per aumentare la produttività, per aumentare la redditività nella produzione. E poi si passa al lavoro della conoscenza e si ha la cosa del deep work, che è un altro modo per dire grandi lotti. Il deep work, con ore e ore nel flusso profondo, è una dimensione di grande lotto. Quindi è come se fossimo andati assolutamente in senso contrario rispetto a decenni di esperienza nel settore manifatturiero.

Ma, come con l’esempio della Toyota che sviluppa la sua intera cultura attorno a questo, l’utilizzo di piccoli lotti richiede abilità e richiede un diverso modo di pensare e di fare le cose.

Così sulla domanda del cambiare la curva di valore, torno sempre all’idea che non esista una struttura intrinseca al lavoro. Il lavoro non ha un’unità intrinseca. Noi definiamo l’unità, definiamo le singole attività, i progetti e i punti cardine e gli obiettivi. Ma niente di tutto questo è intrinseco alla natura del lavoro. Spaventa un po’ in quanto è tutto arbitrario, ma è anche un’opportunità perché significa che possiamo usare qualsiasi unità vogliamo.

NON C’È UNA STRUTTURA INTRINSECA DEL LAVORO. IL LAVORO NON HA UN’UNITÀ INTRINSECA. NOI DEFINIAMO LE UNITÀ. MA NIENTE DI TUTTO QUESTO È INTRINSECO ALLA NATURA DEL LAVORO.

Prendiamo la parola “progetto”. Quella parola non arriva da sola, ma con tutte le idee su quali dimensioni dovrebbe avere un progetto, quanto dovrebbe durare, che profitti portare, quante persone impiegare. Mi piace usare parole diverse. Ho l’espressione “pacchetto intermedio”. Invece di “risultato atteso”, dico “pacchetto intermedio”. Cerca di terminare ogni sessione di lavoro, che sia di 15 minuti o di 8 ore, con un pacchetto intermedio che esponi al mondo e su cui ricevi qualche tipo di feedback.

Guardo la mia lista di cose da fare e mi sento sopraffatto. Non ho nemmeno 25 minuti liberi perché ci sono incontri, richieste e email continuamente in arrivo. C’è un modo per superare questo senso di sopraffazione?

C’è, e consiste nell’iniziare a entrare nella filosofia che seguo usando Evernote. Questo è il mio progetto principale in questi giorni, è un corso online chiamato “Building a Second Brain” (Costruire un secondo cervello), che è in realtà un campo di addestramento virtuale perché non lo si può usare individualmente secondo il proprio ritmo, come e quando si vuole. Sono cinque settimane, molto intense, due incontri settimanali e videoconferenze in diretta. E in sostanza, è un sistema di gestione delle conoscenze personali dall’inizio alla fine.

La gestione delle conoscenze personali (PKM) è legata alla gestione delle informazioni personali (PIM). È fondamentalmente l’avvalersi della conoscenza acquisita a livello personale. La gestione della conoscenza, tradizionalmente, era l’azienda. Quando un dipendente usciva dalla porta, tutta la sua conoscenza acquisita se ne andava con lui. Per anni le aziende hanno cercato di catturare, catalogare e utilizzare la conoscenza dei propri dipendenti.

Bene se ora guardiamo la ricerca, la permanenza di un impiegato è, credo, di 2 o 3 anni. Passiamo un paio d’anni in un’azienda. Facciamo qualche progetto o un certo numero di progetti e andiamo via. Ci serve un modo migliore per portare la conoscenza con noi. Non brevetti o informazioni riservate, ma in realtà solo le intuizioni, le scoperte e le conoscenze che abbiamo acquisito nel corso del nostro lavoro.

Hai accennato che questo incide sul modo in cui utilizzi Evernote. So quando fai il corso “Building a Second Brain” e i tuoi altri workshop che fai, cerchi di strutturarli in modo che non siano legati a una particolare piattaforma o strumento, ma sei un utente Evernote e Evernote è una specie di esempio predefinito che dai. Quindi parliamo di come usi Evernote. Com’è impostato? Com’è impostato il tuo Evernote personale?

Ho sviluppato un metodo chiamato PARA, che sta per “progetti, aree, risorse e archivi”. È ispirato a una sequenza, diciamo a sfondo storico, chiamata OODA, che sta per “osservare, orientare, decidere e agire”. È stata sviluppata da un tipo di nome Colonnello John Boyd a partire dagli anni ’40 o ’50. Lui l’ha utilizzata per rivoluzionare i combattimenti aerei in guerra. È fondamentalmente un modo di pensare a come reagire dinamicamente alle condizioni in rapido cambiamento. Osserva, orientati, decidi relativamente al corso di un’azione e poi agisci.

È stata una fonte d’ispirazione incredibile per un sacco di gente in molti campi. È un po’ meno apprezzato l’impatto che ha avuto. Ma la cosa che in realtà lo distingue è che non è un modo di pensare statico. Non è come un diagramma di flusso – fare A, fare B, fare C, fare D. È un loop, e poi un loop in un loop, e nuovi loop in questi loop. Perché stai sempre assumendo informazioni che trasformi in decisioni e poi in azioni.

Lo stesso è con PARA. PARA comprende 4 categorie e questo è questo il punto di partenza. Dividi il tuo lavoro in progetti, qui uso la definizione GTD, una serie di compiti legati ad un risultato.

Aree di responsabilità: standard o aree della tua vita che sono un tema che ti sta occupando, che desideri mantenere con continuità.

Risorse: fondamentalmente, interessi o argomenti. Cose come il design del sito web. Per me non è un progetto particolare, nemmeno un’area, perché non è il mio lavoro, ma è qualcosa che mi interessa monitorare.

E poi gli Archivi, che raccolgono qualunque elemento non più attivo delle tre categorie precedenti. Non appena qualcosa non è attuale e centrale, lo si vuole spostare in archivio e comunque mantenerlo, se servisse in un altro momento.

Hai tenuto un intero workshop sul pensiero progettuale applicato ai flussi di lavoro e al lavoro quotidiano. Quali concetti trarre dal pensiero progettuale e come applicarli?

Bella domanda. Il pensiero progettuale è un modo incredibile di pensare; un movimento incredibile, in realtà, e che si svolge in molti decenni. La cosa da cui traggo di più del pensiero progettuale, specialmente quando si tratta di produttività e gestione della conoscenza personale, è la semplice idea di essere un progettista. Ognuno di noi è veramente un progettista per natura, anche se non per formazione. E questo è qualcosa a cui la gente si abitua con difficoltà.

OGNUNO DI NOI È VERAMENTE UN PROGETTISTA PER NATURA, ANCHE SE NON PER FORMAZIONE. E QUESTO È QUALCOSA A CUI LA GENTE SI ABITUA CON DIFFICOLTÀ.

Effettivamente in precedenza avevo tenuto un corso intitolato “Design Your Habits” (Progetta le tue abitudini). Era una formazione sulle abitudini. E dovevo costantemente dare spiegazioni alle persone, perché vedendo “Progettare le tue abitudini” non finissero con: “Oh, non sono un progettista. Non sono andato alla scuola di design”. E io: “Ma no, tu progetti le tue abitudini. Se vuoi dimagrire e vuoi cambiare la dieta, crei un’intera routine centrata sugli esercizi o sul camminare o sul cibo. Nella maggior parte dei casi lo fai spontaneamente, in modo intuitivo e naturale nel corso della giornata”.

È un processo spontaneo, ma coinvolge, credo, un sacco di passaggi, come guardarsi in giro e prendere in considerazione gli elementi che si hanno davanti, pensando a una specie di flusso di lavoro e a un procedimento, con una specie di ritorno di feedback.

Sì, il pensiero progettuale, prendere questo procedimento che è diventato una professione e riportarlo alle sue origini, che sono poi semplicemente il modo di pensare dell’essere umano. Siamo progettisti, facciamo, creiamo, modifichiamo, riceviamo nuove informazioni e cambiamo, ci aggiorniamo. Questo è assolutamente connaturato a ciò che significa essere umani.

Qualche tempo fa hai scritto sul nostro blog un post molto lungo che ha suscitato diverse discussioni. Argomentavi in modo piuttosto forte contro un fattore chiave nell’organizzazione di molti utenti di Evernote: l’uso dei tag. Se mi ricordo correttamente, sostenevi che si impiegava molto sforzo dove non si ricavava valore. Potresti approfondire questo punto?

Cerco di provocare la gente. Cerco di trovare ciò che sta diventando la saggezza comune che “tutti” conoscono e di attaccarla, perchè questo porta la gente a riflettere. Come i commenti su quel post e i vari messaggi che ho ricevuto attraverso i social media, in molti casi le persone hanno sostenuto posizioni contrarie alla mia, dicendo: “No, hai sbagliato per questo, questo e questo”. E sono emerse alcune delle riflessioni migliori che abbia mai visto sull’argomento. La gente è stata provocata a difendere il proprio punto di vista.

Forse sono stato un po’ melodrammatico a proposito. Non è che non usi mai i tag o che li consideri assolutamente insensati. È solo uno schema che guardo con le persone. Lavorare con le persone direttamente è sempre illuminante perché vengono tanto coinvolte dal loro sistema di tag. Diventa un gioco di perfezionismo che non è mai a punto.

La stessa cosa è con la valutazione di quale sia il programma corretto, no? Vedo molti che dicono: “Oh, ho una marea di note su carta. Appena ho pronto il mio sistema di tag, le metto in un database tutte”. Nel frattempo, sono bloccati (in alcuni casi, letteralmente) da uno scatolone di cartone nell’armadio. Tutte quelle informazioni invecchiano o, quanto meno, non sono usate, perchè manca il “sistema perfetto”.

Sì, ho sentito casi del genere. Perché vogliono il sistema di tag giusto e mettono tag a tutto. E hanno centinaia e centinaia di tag. Mi chiedo se non usino più tempo a taggare che a utilizzare le informazioni.

A questo ho un buon antidoto: i tag temporanei. Penso che l’ansia, l’ansia della perfezione, arrivi quando la cosa è “a lungo termine”. L’idea che qualcosa debba essere per sempre, per cui servono anni e anni.

Quindi quello che faccio è avere tag specifici per progetto. Uso tag per monitorare l’avanzamento di una tappa intermedia o di quella finale di un determinato progetto. Poi, in una sola volta, di solito una volta al mese quando faccio la revisione per il GTD, elimino tutti i tag. Così ogni mese riparto da zero. Può sembrare pazzesco, viene da dire “tutto lavoro sprecato”. Ma ho quello che volevo, ossia il risultato, il risultato del progetto.

E la cosa interessante è che questo mi permette di dar spazio alla mia creatività. Un mese faccio tag basati sulle emozioni. Il mese dopo, sulla tabula rasa, faccio tag basati sui risultati e quello dopo ancora sulle fasi temporali. E scopro moltissime piccole cose che non avrei potuto scoprire pensando in astratto, ma scopro procedendo con la pratica. E non c’è ansia, perché so che un mese più tardi, al massimo, sparirà tutto.

E le tue note? Ognuno prende appunti in modo diverso, specialmente quando abbiamo uno strumento come Evernote per lavorare. Le tue note tendono ad avere uno stile particolare?

Sì, molto particolare. Nel corso parlo dei tre pilastri: cattura, organizza e recupera. Quello di mezzo, “organizza”, è il sistema PARA. Il primo, “cattura”, è ciò che chiamo “riepilogo progressivo”. È un metodo che ho sviluppato per alcuni anni e consiste essenzialmente nella progettazione di note; investire davvero molto pensiero nella progettazione di singole note.

Ma il modo in cui lo faccio non è forse quello che si intende di solito per progettazione… Prendo appunti su qualcosa, che può essere una conversazione, un articolo, un libro, un podcast, un audiolibro, qualunque cosa. Poi li inserisco nel mio sistema. Solo appunti grezzi. Quando li vedo la volta successiva, quando ci capito per serendipità o forse perché sto cercando un progetto o una risorsa per cui servono questi appunti, li riepilogo.

Il primo livello, come lo chiamo, è segnare in grassetto. Quando leggo la prima stesura, metto le parti migliori in grassetto. Quando rivedo gli appunti la volta successiva (e potrebbe essere mesi dopo, a volte addirittura un anno o due più tardi) procedo al livello successivo: evidenzio in giallo le parti migliori in grassetto.

C’è un rapporto di 80/20, dove una piccola minoranza delle tue note ha la grande maggioranza del valore. Quindi ha senso concentrare l’attenzione progettuale su quella piccola minoranza realmente molto significativa, piuttosto che distribuire l’attenzione in modo uniforme su tutte le note, che, secondo me, è ciò che accade con i tag. Forse impieghi un minuto a taggare una nota di importanza relativa, non è molto tempo, ma un minuto per me è troppo.

UNA PICCOLA MINORANZA DELLE NOTE HA LA GRANDE MAGGIORANZA DEL VALORE. QUINDI HA SENSO CONCENTRARE LA TUA ATTENZIONE PROGETTUALE SU QUELLA PICCOLA MINORANZA.

Hai parlato del workshop-campo di addestramento intitolato “Building a Second Brain“. Credo che tu l’abbia tenuto già due volte. Allora, cosa stai apprendendo da questo programma piuttosto intenso e intendi continuare?

Sicuramente lo continuo. Francamente, è stato il progetto più gratificante su cui abbia mai lavorato, e proprio per il motivo che hai citato. E senza dubbio imparo più di chiunque frequenta il corso. Ogni gruppo è di 50-55 persone. E guardando le biografie (faccio stalking su LinkedIn), ce ne sono d’incredibili. Sono ingegneri, laureati, dottori, professori, CEO di startup. Persone incredibili, che in molti casi hanno dedicato tanto tempo quanto me a riflettere sulla gestione della conoscenza personale. Quindi, vengono con le loro intuizioni, forse non così strutturate come nel modo in cui le presento io, ma io comunque faccio la presentazione e, accanto a questo, prendo appunti di ciò che dicono gli altri. È un’ottima esperienza.

Che temi tratti nel workshop? Dicevi che era di cinque settimane? Come lo suddividi?

Proprio di questi tre pilastri. Quindi cominciamo con l’organizzazione, perché le persone di solito hanno questa massa di note disordinate di cui non sono molto contente. E così per dare loro la fiducia iniziale per poi immergersi, iniziamo con PARA. Quindi, dopo la prima settimana, hanno tutti i file digitali della loro vita, perché PARA non è solo Evernote, va anche archiviazione cloud, file system, gestione attività … tutto. Quindi è davvero un sistema universale di organizzazione digitale. Questa è la prima parte del corso.

Poi passiamo alla riepilogazione progressiva, affrontiamo la cattura e costruiamo realmente l’abilità (ed è un’abilità) di catturare non solo la nota originale, ma le intuizioni e le idee più importanti all’interno della nota stessa.

E poi concludiamo il corso con il recupero, che è un metodo chiamato “gestione progetto in tempo perfetto”, un po’ correlato al tema del pacchetto intermedio. Funziona sempre in vista del pacchetto intermedio successivo in brevi sprint. E ancora i sistemi di costruzione e routine di supporto ecc. in modo da poter procedere velocemente e con la massima accelerazione.

Dicevi che hai persone molto interessanti nei tuoi gruppi, presumo infatti che corsi simili attraggano un certo tipo di persone. Qualcuna di loro ha cambiato il tuo modo di pensare su alcuni di questi problemi?

Certamente. Un tema era la tecnica di stratificazione e sintesi. Uno di partecipanti al corso, un imprenditore finlandese nel settore musicale, ha accolto l’idea dicendo “Perfetto, la prendo, ma la cambio completamente e la applico alla musica”. Pensavo fosse un metodo di analisi testuale. Lui mi ha mostrato che in realtà riguarda la struttura di qualsiasi tipo di informazione.

Il livello 0 per lui sono le note su canzoni e concerti vari, fonti e ispirazioni, suoni, strumenti, tutte queste cose. Il livello 1 è ciò che mette in un pezzo di musica. Il livello 2 è ciò che ha eseguito per qualcun altro. Il livello 3 è tutto ciò che ha registrato.

È una specie di topologia della tua conoscenza, che ha dei picchi. I picchi sono i punti in cui il tuo pensiero è andato più lontano, mentre le valli sono dove il pensiero è ancora grezzo e non filtrato. Quindi questo mi ha in qualche modo sbalordito, e sto ancora cercando di capire che cosa implica applicarlo alle immagini, alla fotografia, all’arte, allo sport e al movimento del corpo. È un principio, direi, fondamentale il fatto di voler portare in superficie i componenti chiave di qualsiasi ambito di conoscenza.

E questo si lega ad alcune cose che hai citato in questa intervista. Hai parlato dell’arte dell’organizzazione. Dicevi che a un livello di base siamo tutti progettisti. E hai parlato dell’importanza della creatività. Come possiamo favorire la creatività in un sistema di produttività?

Una domanda fantastica. Mi piace perché dà implicitamente per scontato che siano due cose opposte. Me lo dico sempre. Le persone vengono da me, a volte, e la loro prima affermazione è: “Non mi piace la produttività perché significa essere efficienti, come una macchina, attenendosi semplicemente a un piano”. E io: “Ah, ah. Come definisci la produttività?”. E le risposte sono del tipo: “Beh, fondamentalmente quello che fanno le macchine”. Propongo: “Posso darti la mia definizione?”. La mia definizione è: creare nel mondo quanto più valore possibile, nel modo più efficiente ed efficace possibile. E loro: “Bene, questo posso accettarlo”.

LA MIA DEFINIZIONE DI PRODUTTIVITÀ È: CREARE NEL MONDO QUANTO PIÙ VALORE POSSIBILE, NEL MODO PIÙ EFFICIENTE ED EFFICACE POSSIBILE.

No. E qui entra in gioco la creatività. Serve una grande creatività per utilizzare i procedimenti in questo modo. Per non essere schiavo del procedimento, per non ubbidire semplicemente al procedimento, ma pensare: “Questa parte non funziona”, o avere il coraggio di dire: “Guarda, il procedimento che abbiamo sempre seguito non funziona per i nostri scopi. Non è più in linea con i nostri valori. Cambiamolo. ”

Questa è una delle intuizioni del Sistema di Produzione Toyota. Quando si dà ai lavoratori la libertà di segnalare le cose, di parlarne, loro arrivano con un’infinità di idee. Pensano a cose alle quali i dirigenti non avrebbero mai pensato in un milione di anni. Cose piccole, grandi, umane, di software e di hardware.

È come avere la fondazione o la struttura – dicevamo prima della struttura- già impiantata, come un’impalcatura che ti dà piccoli spazi in cui può nascere la creatività. Perché la creatività non arriva se non ci sono vincoli. Questo è un punto veramente importante. La stessa cosa accade con la progettazione. Se mi dici: “Progetta qualcosa” … Oh, che cosa devo progettare? Quali sono le esigenze degli utenti? Qual è lo scopo? Quali sono le condizioni? Nessuna? Così non posso progettare proprio niente di utile.

Un altro termine molto usato e che ha per assunto intrinseco una dicotomia è “equilibrio tra lavoro e vita”. Tutti diciamo di volerlo, allo stesso tempo però lavoro e vita sembrano mescolarsi. Certo, niente di nuovo … per contadini, artigiani e soldati, lavoro e vita si sono sempre mescolati. Questa è però una novità per chi lavora in ufficio. È una tendenza che dobbiamo combattere o accogliere?

La mia reazione iniziale è combatterla, proseguendo sulla linea “provocare la gente”. E sai, il mio parere a proposito… proprio non ce la faccio. Non penso all’equilibrio tra vita e lavoro. Non penso a una miscela di vita e lavoro, o qualunque altra definizione si voglia usare.

Penso che questo modo di vedere sia l’esito di un’epoca passata. Avere semplicemente due cose da bilanciare o mescolare o cos’altro implica che ci sia una divisione, una dicotomia. E mi rendo conto che questo ha molte conseguenze.

Una cosa che noto è che la gente non dà molto valore ai propri progetti, diciamo così, “laterali”. Per esempio un programmatore che lavora su un progetto open source pensando: “Non sono pagato, quindi non si tratta di lavoro” ed esita a mettere l’esperienza nel suo CV. Non la usa come evidenza che sta continuando a imparare e migliorare. E io: “Ma insomma, è uno dei tuoi punti forti. Che tu lo faccia per passione e non per denaro, è comunque una parte di te, quello di cui ti occupi e che ti interessa. Questo dovrebbe essere l’aspetto centrale del tuo CV o portfolio”.

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